Il mio angolo di Libano

“Quando torni a casa devi scrivere
qualcosa per raccontare questo Cantiere”: mi ripeto questa frase da quando sono partita.
Perché un’esperienza così deve
essere raccontata, deve poter diventare una storia da cui trarre
qualche insegnamento. Ma io non sono un’abile narratrice e questa
volta non riesco a trovare le parole nemmeno per raccontare a voce
qualcosa di più di qualche aneddoto divertente, figuriamoci per scrivere
una storia. E per di più il Libano è un Paese impossibile da
categorizzare o al quale affibbiare una definizione chiara,
possibilmente breve e rassicurante, mi perderei immediatamente tra le
contraddizioni che lo lacerano ma che in fondo lo costituiscono e
nutrono: non posso nemmeno scegliere quindi di raccontarvi il
Libano.

Beirut, Downtown: la moschea principale e la chiesa ad essa adiacente

Allora proverò a condividere qualche riflessione,
qualcosa che ho imparato in questo Paese.
Durante il cantiere ho
imparato a lasciar perdere la mia smania di “fare”, per
iniziare a “stare”. Stare, semplicemente, perché stare
permette di ascoltare meglio. Ascoltare storie raccontate un po’ in
arabo e un po’ a gesti, ascoltare le risate spontanee dei bimbi ma
anche i litigi furiosi tra le mamme, ascoltare il silenzio pesante di
una donna che non ha nessuna intenzione di provare a partecipare all’attività che le stai proponendo. L’apatia fa un chiasso
assordante.
E piano piano il mio ascoltare che poteva sembrarmi un
po’ arido e piatto ha iniziato a diventare “sentire”:
sentire il bisogno di affetto e di attenzione dei bambini, sentire la
voglia di imparare carica di ansia delle adolescenti, sentire la
stanchezza esasperata delle donne. Sentire, fin dentro le ossa.
Stare, ascoltare, sentire, senza pretendere di capire niente. A volte
semplicemente non c’è niente da capire. E ho iniziato a rendermi
conto di quanto fosse indispensabile che la mia presenza fosse una
presenza discreta. Spesso in queste settimane ho sentito il bisogno
di restare in un angolo ad osservare, lasciando che i volti, i
profumi, le storie che stavo incontrando fossero gli unici
protagonisti della mia esperienza.

Non voglio che nessuno si ricordi
di me, vorrei che si fossero già dimenticati il mio nome, il mio
viso. Ho temuto e odiato l’idea, forse un po’ presuntuosa, che la
partenza di noi cantieristi potesse causare un qualunque ulteriore
trauma, anche minimo, nelle persone con cui abbiamo trascorso il
tempo del nostro servizio. Ho sempre cercato ansiosamente la
discrezione, consapevole di avere ben poco da offrire, forse solo un
sorriso e un po’ di entusiasmo, e invece tantissimo da ricevere.

Porto a casa mille dubbi, troppe domande e forse solo questo di
concreto: un po’ di consapevolezza. Consapevolezza che l’odio e la
violenza possono travolgere chiunque, con una forza d’impatto
spaventosa. Consapevolezza che il mondo non si divide in buoni e
cattivi, in bianchi e neri: è fatto delle più svariate tonalità di
grigio. Consapevolezza che la storia la scrive chi vince, e i poveri
perdono sempre. E consapevolezza che, di fronte all’amore stanco ma
tenace di una madre che ha fatto dei propri figli la sua unica
ragione di vita, mi sono sentita anche io accolta e protetta.

Claudia

Commenti

Una risposta a “Il mio angolo di Libano”

  1. Avatar Wally

    Semplicemente meraviglioso nadia

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