“Sono le docce e lo spogliatoio di Hîncești”, le ho spiegato, “ma sono soprattutto il simbolo di quello che sono stati questi venti giorni.”
Nel mio diario ho scritto più volte dell’esperienza traumatica che è stato entrarvici la sera alle nove, stremata, per lavare via il sudore, la stanchezza e la fatica della giornata passata tra bambini, internat e riunioni infinite per programmare il giorno seguente.
Ne ho descritto l’odore di uovo marcio e il freddo che entrava nelle ossa se al mattino non c’era stato abbastanza sole; eppure non ho dimenticato di annotare le canzoni stonate cantate con Irene nella cabina di fianco: metodi casalinghi per ignorare la puzza, il freddo e chissà quali bisci([1]) striscianti intorno a noi. Ho riportato anche i discorsi a cuore aperto con Silvietta e le risate con Anna e Martinî, gli sfoghi di e con Giulia e tutti quegli altri momenti che ho vissuto tra quelle assi di legno.
Il tempo, si sa, aiuta a dimenticare il lato negativo di tutto e già ripenso con nostalgica tenerezza all’acqua viscida della Moldova.
Quello che allora penso di aver imparato nei miei quasi quattordici anni più dieci di esperienza è che si può imparare col tempo a diventare persone che vogliono trovare ovunque almeno un dettaglio positivo.
O almeno, ho capito che voglio provare ad esserlo.
Riguardando la foto, quindi, si può vedere la doccia infernale di Hîncești per quella che è fisicamente: quattro assi di legno con un po’ di paglia, da cui sgorga un’acqua puzzolente e fredda.
Oppure si può vederla per quello che rappresenta: un lusso, qualcosa di più del catino che ci era stato preventivato. Soprattutto, un capolavoro di ingegneria del parinte([2]) Eugeniu.
Cercherò di dimenticare la betoniera antiestetica piazzata in mezzo al cortile dietro la chiesa, il freddo e gli insetti; vorrò ricordare piuttosto il gesto del prete che, per ringraziarci e accoglierci al meglio, ha preso due canne dell’acqua, qualche asse di legno, della paglia, una vecchia coperta, dei soffioni e un bidone dell’acqua blu, li ha assemblati con ingegno e ha creato per noi una doccia in cui lavarci a sera sulle note di una canzone.
Questa:
Silvia (la sciura Brambilla [3])
[1] animaletti generici
[2] prete ortodosso
[3] come verrò ricordata dai moldavi grazie al nome sulla tazza








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