Del passaporto, della libertà di movimento e della
pazienza
recentemente entrato in vigore (qui), in un
piccolo paese che vive di frontiere porose, un gruppo di persone
attende.
Pensando a quanto sia facile – di norma o forse è un’eccezione? – disporre di un passaporto, muoversi, scegliere dove andare e per quanto tempo, riflettevo sulle persone con cui trascorro le mie giornate.
| Sabaya tra la neve |
Il primo gruppo lo vedete a Bsharre a giocare con la neve, o con quel che ne
rimane.
Eccezion fatta per questa bella gita, di base le loro giornate ruotano tra i corridoi del 5* piano di un palazzo, con uno spazio sottostante abbastanza grande e solitamente inaccessibile.
Attività queste non imposte loro, ma neanche vissute sempre con troppo entusiasmo, perché i loro pensieri sono sempre rivolti a quel passaporto che aspettano e al volo che le riporterà a casa.
Finalmente lunedì io e Megan, approfittando della rara disponibilità dello spazio, siamo scese con le sabaya e il piazzale a piano terra ha preso vita.
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| Open air English |
Chi ballava e improvvisava lezioni di zumba, chi con spirito
di competizione cercava di vincere a “palla avvelenata”, e chi semplicemente è
rimasta seduta a prendere un po’ di sole. Star fuori ha reso più divertente anche studiare inglese, facendoci quasi sentire altrove, e allontanando con più facilità i tristi pensieri del momento.
Il semplice uscire all’aria aperta è stata una piccola conquista condivisa nella più banale semplicità.
| In attesa dei nostri amici siriani |
Homs per la precisione.
sabato ha organizzato una “marcia della pace” nella valle di Qadisha, con
arrivo nel bellissimo monastero di Mar Elisha.
con i nostri amici venuti dall’Akkar.
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| Marcia della pace |
Alla fine, giunti al monastero di Mar Elisha, ci siamo
riuniti in cerchio per condividere riflessioni spontanee, e altrettanto
spontaneamente – per chi lo volesse – per recitare il padre nostro e la fatiha.
Concludo con il terzo gruppo, cui ho pensato. Oramai presenza fissa nelle nostre giornate nel campo di
Dbayeh, Monir, Ibrahim, Elias, George, Michel, e una trafila di Abu qualcuno
che non ricorderò mai, sono i nostri “nonni” palestinesi e libanesi, che ci accolgono ed attendono puntuali ogni mattina quando ci rechiamo nel centro Caritas a fare attività.
40), scandite dall’ormai rituale della pausa “caffè arabo”, che non manca di
commenti circa la nostra preparazione (è troppo forte, non sa di niente, eh ma
la tazzina col manico dov’è?), e di chiacchiere tra persone che iniziano a
conoscersi.
Mi sembra quasi surreale fare una riflessione sul passaporto in relazione a loro, sono semplicemente onorata per il senso di attesa che li lega alla nostra presenza, e per l’ironia che sanno regalarci (video docet).
tra loro, che a volte perdo l’orientamento.
nell’accettare che il posto dove ci si trova ora, possa per vari motivi diventare
casa o far venire una immensa voglia di casa.
È un passaporto che non si ha, o che si ha e non ha valore, o ancora che
non ha ragion d’essere.
Ed è anche una libertà di movimento: da un lato la mia, perché ho deciso di venire qua a spendere un anno della mia vita, ma è soprattutto
la loro, che spesso resta intrappolata all’interno di confini e frontiere poco
chiari, sospesa tra accordi, muri e respingimenti.
infinita di sentirsi SCONFINATI.
cercherà di intraprendere un’attività nel settore dei cosmetici (la foto ci fa
ben sperare che non voglia dedicarsi alla parrucchieria =); non ha ottenuto gli stipendi arretrati che le spettano, ma è partita nonostante ciò con un
sorriso a 583053 denti.
Taizé, dove ha ottenuto il resettlement con la sua famiglia.
quotidiano con i nonni di Dbayeh… vi toccherà venirci a trovare o partecipare
ai cantieri per sapere il proseguo della storia; intanto esercitatevi e
ripetete battttttikh =)
Rub







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