Se si parla di punti urge assolutamente una voce autorevole che si
imponga, quindi chi meglio del rispettabile Signor Larousse per far
chiarezza.
Pongo distrattamente e incoscientemente alla sapiente attenzione
del lettore tre parole che accompagneranno trasversalmente il resto di questo
tentativo di testo denominato punto due
(si è deciso, dato il
ritrovamento in terra messicana del suddetto, di trascrivere tali e quali le
lettere ri-trovate im-presse).
Cooperación: s.f.
Participación a una obra común.
Cooperador, ra o
cooperante: adj y s. que coopera.
Cooperar:
v.i. Obrar conjuntamente, con otra u otras personas, para un mismo
fin.
Il solito problema ritorna a galla e si ripone silenzioso e
implacabile alla luce: il punto di vista, annoso e faticoso dilemma del porre il
punto di vista. Una sveglia talvolta potrebbe aiutarci, una sveglia che è
l’arrivo di un’altra persona, un incontro, un soffio del vento.
Le immagini
di Rocco, le sue parole lì sopra di impressioni di pelle e la sua faccia qui
sono un trillo che mi fa guardare un poco indietro, operazione per la quale
ammetto il mio essere assolutamente restìo, una scossa che mi chiede di rivedere
quattrocentoventicinque giorni. Un’istantanea difficile da dipingere pensando
alla durata, ma pur sempre istantanea; in una foto, infatti, ci son mille
istanti, quello dei soggetti ritratti, le vite delle assi delle loro case, le
cellule che si muovono, le piante di caffè sullo sfondo, le galline, l’odore e
la storia della terra rossa.
Le immagini e la terra, la Santa Madre
Terra che ci circonda e la domanda di Rocco sull’essere inutili qui: si
parte bene quindi.
Il sentirsi inutili è un gran punto di
partenza, dopotutto cosa ci si fa qui? Cosa portiamo e apportiamo a un
popolo che lotta da oltre cinquecento anni contro un’invasione e dominazione che
passati gli anni si ricicla sotto diverse etichette più o meno light?
Cosa
ci facciamo in Chiapas, dove dalla fine degli anni sessanta finalmente
gli indigeni e i contadini stanno lottando per affermare i propri
diritti?
Cosa ci facciamo qui, esportatori di pace e democrazia
chirurgica quando in Italia, in Europa, in questo Santo Occidente Ridente siamo
pieni di contraddizioni, siamo pieni di noi, siamo contraddizioni
camminanti.
Caro Rocco, benvenuto, l’importante è camminare e i piedi son
macchina del pensiero, così mi hanno insegnato gli indigeni: takal, takal,
passo, passo dicono i tojolavales.
L’importante è essere qui,
vivere con loro, pelle sulla pelle, carni e sudori che si mescolano, ascoltare,
rotolarsi nel fango, sprofondare i piedi nel fango e uscirne; quattro piedi
camminano meglio che due soli. Qualcosa si può, qualcosa forse ci spetta, forse
una sfida personale, forse il riscatto umano di un popolo, il nostro, di
invasori pentiti.
Dopo un anno son convinto che a questo livello, quello dei
rapporti con le sofferenze quotidiane e delle lotte di gruppi locali, di
comunità, di uomini e donne, qualcosa, probabilmente la solita goccia di
cui si parla, si può portare. Un cambio locale, piccolo ma deciso e decisivo
esiste.
È passato un anno dal fattore O (Oventic), dai
Caracoles zapatisti, le alternative esistono, una vita degna costruita
dal basso fiorisce. E son questi fattori che a volte mi permettono di non
scorgere il cielo nero.
Ma ora cambio, cambio il punto di vista, mi butto
su altri livelli e purtroppo non vedo i fiori che abbondano nelle comunità.
Atterro sui piani dell’incidenza politica e mi chiedo se quello che facciamo
basta, o ci basta solo come retroalimentazione della coscienza.
La
sensazione resta quella di Davide e Golia: come non posso non pensare che non
serva a nulla quello che facciamo se poi i vari governi non ascoltano le
grida disperate dei loro popoli? Se poi questi signori recepiscono solo le
sirene con etichette a forma di dollari?
Cosa stiamo facendo
qui???
Credo che si stia giocando una partita ad armi impari e l’arbitro
perdipiù appartiene alla loro squadra. Coscientizzare forse è la parola
adeguata. Ma una volta coscienti i popoli delle ingiustizie e dei vari
piani-progetti dei governi che significano razzie e non sviluppo, che fare?
Il terzo soggetto intermedio si impone ora nel confuso discorso, le
organizzazioni non governative, le ONG. Inserendo quest’altro ingrediente la
ricetta non migliora affatto.
Le tre lettere quando ero in Italia mi
sembravano una marchio di una agenzia di viaggi, ora mi suggeriscono altre
letture e penso a un organismo nidificante garantito: un essere che nidifichi
dove lo spazio è di altri, dove le decisioni dovrebbero arrivare dalle
popolazioni locali, dal basso, un intruso che fa il lavoro che dovrebbe
garantire invece un governo e che perlopiù si alimenta degli stessi
finanziamenti destinati alle comunità. Non vorrei generalizzare drasticamente
(esistono anche buoni tra i cattivi) ma l’esperienza su queste terre mi ha fatto
vedere ong che si riunivano coi governi e non con la gente (Cancún ne è stato
l’apice), ong che impongono modelli occidentali in regioni dove esistono
esperienze millenarie di organizzazione e utilizzo delle proprie
risorse.
Non è un altro modello di imposizione? Imporre progetti per lo
sviluppo?
Quale e di chi, poi?
Questi popoli sono ricchissimi, non
sono poveri, sono impoveriti, altrimenti non si spiegherebbero i grandi
interessi commerciali per queste mille risorse locali.
Quindi, come ci
suggerisce il signor Larousse dove possiamo trovare questa opera comune
alla quale possiamo partecipare?
Quale è il fine comune dell’operare
congiuntamente?
Co-operare significa lavorare con e non atterrare come nave
spaziale nella selva.
Dove si nascondono questi principi fondanti la
cooperazione se i governi non li hanno mai avuti e le ONG li hanno persi?
O
forse ha ancora senso parlare di cooperazione? Molti butterebbero nella
spazzatura pure questa parola, io credo che vada riscattata nel suo
significato originario e la riscatto giorno per giorno dal basso, con la
gente, nelle comunità.
La speranza sboccia con la nebbia del mattino
della selva con i movimenti sociali, con braccia e gambe. Cosa siano poi questi
movimenti sociali macroregionali o latinoamericani è tuttavia in via di
definizione e lo spazio non ci permette di aprire altre parentesi.
La
mattina dopo di una notte precedente il lettore cd gracchia stanco e mi offre
lontane lettere che fanno: “la fantasia dei popoli che è giunta fino a noi non
viene dalle stelle […] non è colpa mia se esistono i carnefici, se esiste
l’imbecillità, se le panchine son piene di gente che sta male […] up patriots
to arms, engagez-vous […] ”
[cit. franco battiato].
Una
tazza di caffè che riscalda e ritempra il cuore e si ri-inizia di nuovo a
rabattarsi e ributtarsi in una giornata di Chiapas.
Pués, sí…





Lascia un commento